venerdì 10 dicembre 2010

Stati di depressione e whisky in sclero. Settima.



Il vecchio vestiva di bianco, cappello bianco, camicia e giacca bianca, cravatta bianca. Tra le labbra portava un sigaro di dimensioni abnormi. Non so quanti anni avesse, il suo viso era un lenzuolo piegato male su cui si era seduto un elefante con problemi di obesità da quanto era pieno di rughe. Forse era una ruga gigante con una faccia tra le pieghe. Sembrava un'arancia rinsecchita, anche per il colore. Solo i capelli che spuntavano dal cappello erano diversi: un nero quasi blu, inadatto ad una persona così vecchia, magra e raggrinzita. Afferrai il bicchiere e diedi un sorso dopo avere annusato qualche secondo.
- Johnnie Walker Blue Label. Roba che costa. -
- Vedo che se ne intende, signor Pendra. -
- Sono solo un bevitore. Piuttosto, come sa il mio nome? -
- Il palazzo è mio, ci sono le telecamere collegate a schermi in questo piano. -
- Già... Perché sono qui? -
- Mi piace il suo modo di agire, non si è preoccupato di farsi valere con quella guardia. E mi incuriosisce il suo ciondolo. Come lo ha avuto? -
- L'ho trovato per strada, mi è piaciuto e l'ho preso. -
- Molto interessante... Sa, quello è il simbolo di un gruppo di "persone", chiamiamole così, molto importante. Queste "persone" controllano molte cose, e vorrebbero riaverlo. Io faccio parte di questo gruppo, e sono disposto a darle quello che vuole. Possiedo molte cose. -
- Per caso ha un lavoro da offrirmi? Vedo che qui non ve la passate male. -
Finii il drink e poggiai il bicchiere.
- Se ne può avere un altro? - Cavoli, era una bomba quella roba!
- Solo un attimo. Prima vorrei parlare della sua richiesta. Qui non lavoriamo proprio in maniera normale, ha già visto i miei uomini in azione. E hanno solo "dato la liquidazione" a chi non ha saputo fare il proprio lavoro. -
- Non so se riuscirei mai a fare una roba del genere. -
Si alzò in piedi lentamente e si girò alla sua destra, stavolta usando un bastone di frassino nero per indicare davanti a lui. Era molto alto, almeno due metri, e stava dritto, come se gli anni non l'avessero sfiorato passandogli addosso. I tre giganti, che ancora stavano aspettando vicino all'ascensore, camminarono all'unisono e si fermarono a tre passi da me. Una porta scorrevole si aprì piano in direzione del bastone e apparve una vetrina con delle armi lucide, antiche e che sembravano valere parecchio.
- Vede, signor Pendra, queste sono armi di guerrieri e personaggi molto importanti del passato. Le tengo qui per ricordarmi che anche il più forte può essere sconfitto. Quel pugnale apparteneva a Bruto, il figlio adottivo di Giulio Cesare, per esempio. Lei mi chiederà perché tengo vicino a me questi oggetti, vero?-
- No.-
Sorrise. Un sorriso lungo un secolo. - Li tengo vicino a me per ricordarmi anche che niente è eterno, tranne a volte quello che ci lasciamo dietro. Lei mi sta simpatico. Non teme di dire quello che pensa.-
- Sarà perché non penso. Ci facciamo un altro cicchetto?-
Si rivolse ad uno dei burattini neri e gli fece un cenno alzando un poco il mento. Quello si allontanò e tornò in un istante con un vassoio, prese i bicchieri sul tavolo e li sostitui con due uguali a quelli che aveva preso, ma pieni. Liquido scuro per l'anziano di bianco vestito e pura classe liquida per me.
Accennai col bicchiere al suo, mentre lo prendeva dopo essersi seduto di nuovo.
- Che cosa sta bevendo? -
Intanto l'ombra dello scagnozzo/cameriere era tornata al suo posto.
- Porto.-
- Sembra un po' troppo denso per essere Porto. -
- Non le sfugge niente. -
Improvvisamente era diventato serio e taciturno.
- Posso chiederle qualcosa io, ora?-
- Aspettavo giusto questo.-
Mi scrutava quasi crudelmente.
- Ho tre domande. La prima: chi è lei? La seconda: che vogliono dire le scritte sul palazzo e perché siamo in mezzo a due piani?-
- Mi chiamo Argo. Mi chiamano Argo. Chi sono non è una cosa che le deve interessare. Siamo qua perché è casa mia. Le scritte sul palazzo sono semplici slogan pubblicitari, facciamo parte di un'azienda estera.-
- Facciamo? -
- Ha altre domande?-
Incrociò le mani davanti al volto, poggiando i gomiti sui braccioli della poltrona.
- Solo una. Tra tutte le armi che possiede c'è un bastone vecchio e logoro, un pezzo di legno lungo. Di chi è?-
Si alzò in piedi. - Può bastare. Fatelo fuori.-
- Ma? Perché? Che ho fatto?-
Mi alzai di scatto, sempre col bicchiere in mano. Ero molto spaventato, avevo visto come si avvicinavano quei tre, e li avevo visti in azione poco prima. Che culo. Nel caso fossi uscito vivo da lì, non avrei mai più fatto un favore a Simon.
Mi saltarono addosso, caddi a terra, il bicchiere lasciò la mia mano, scappò rotolando e spargendo quel nettare per tutto il pavimento. Porca troia. Un calcio mi fece volare in aria, sentii le costole infrangersi, la schiena contro la parete schioccò in vari punti. Sputai sangue cercando di urlare di dolore, ma uscì qualcosa di simile ad un rutto gelatinoso. Perché mi capitavano sempre casini di questo tipo? Troppo dolore, non avrei retto che per qualche secondo. Da terra quei tre sembravano molto più grandi, si avvicinavano lentamente, inesorabilmente, in silenzio. Il vecchio guardava soddisfatto con le mani dietro la schiena. Le mie palpebre si chiusero piano piano, le lacrime mi fecero vedere sfocate e alte le sagome che camminavano verso di me, un pugno stava per abbattersi sulla mia testa. Sempre la mia carne ci passa. L'ultimo colpo...
Tossii, iniziando a ridere. Il pugno si fermò. Risi sempre più forte, urlai divertito, non so perché. Il vecchio spalancò gli occhi e gridò: - Fatelo fuori! Ora!-
Tre mani chiuse si abbatterono, insieme. Vidi buio.

Ora di uscire. Bravo Jack, ma adesso è il mio turno.
Scricchiolii si fecero sentire dalle mie ossa, uno alla volta, fino a che tutti insieme non ne fecero uno fortissimo. Mi misi a sedere, strofinai le labbra col dorso della mano, il sangue sparì e leccai quello che rimase sulla mia zampa. Minimo raggiungeva i 40 gradi di gradazione alcolica. I tre in piedi erano di spalle, si girarono mentre mi alzavo e rimasero fermi a guardare. Il vecchio stringeva il suo bastone, mostrai i denti in un sorriso nel notare lo sbigottimento in quegli occhi. Adoro quando tremano.
Poggiai le mani sulle ginocchia e mi alzai piano. Allungai la mano destra davanti, col palmo aperto e chiamai: "Melrahsher. Ecate. Sveglia."
Fumo bianco, che quasi non si vedeva nel contrasto con le pareti della stanza, si intuiva ad intermittenza tra le colonne grigie. Mel aveva gli occhi socchiusi quando apparve, le mani in avanti mentre faceva scattare Duenna, il suo tirapugni borchiato. Ecate era pronta a scattare, l'acquolina della sua ferocia colava dalle zanne, ringhiava di piacere.
Argo urlò, corse verso la parete alle sue spalle, che si aprì velocemente e velocemente si richiuse facendolo scomparire.
Gli altri correvano verso di noi, nessun suono nell'attacco, nessun suono nel nostro attacco. Ecate balzò con un salto verso il suo avversario, sulla destra, e con un morso bollente lo afferrò tra il collo e la spalla sinistra, strappando e fondendo quasi tutto il tronco e affondando fino all'addome, facendolo accasciare sotto il suo peso e leccandosi poi le zampe con tranquillità.
Melrahsher mi stupì, non la vedevo da tempo in furia. Il suo ballo letale la condusse fluida sotto il colosso nero al centro, e rialzandosi in una tempesta bionda, con un pugno penetrò con gli aculei di Duenna sotto l'ombelico del tizio enorme davanti a lei. Girò la mano nello stesso punto, fino ad avere il palmo rivolto all'insù. Aprì e trascinò, lacerando le carni fino alla gola. Si sentì un "click" ed una lama uscì dalla sua piccola arma, che seguiva il movimento della mano mentre sembrava in un gesto mostrare ad un pubblico inesistente lo spettacolo sanguigno che aveva creato. Ricadde poggiando un braccio a terra, un ginocchio piegato, come se aspettasse un applauso in quella posa letale. L'uomo, o la cosa che aveva deciso di abbattere, non cadde subito, ma si divise letteralmente mentre si accasciava. La testa da un lato, le membra separate nettamente come le stecche di un ventaglio, per terra si poggiavano viscide di sangue e organi.
Io non avevo tempo, se Argo mi fosse sfuggito avrei dovuto cercarlo ancora. L'ultimo si stagliò contro di me, più basso. Ero tornato alla mia statura originale. Mi bastò un pugno ben assestato e la pelle ocra trapassò gli occhiali per la visione notturna, spingendo la mano oltre la nuca dell'ormai defunto buco con cadavere intorno.
Sfilai l'avambraccio dalla testa del morto e mi diressi verso la bacheca delle armi. Il mio ospite senza rispetto l'aveva definito bastone vecchio e logoro. Quel bastone vecchio e logoro si riscosse ed il suo cuore diede segni di ripresa come avvertì la mia presenza.
Il vetro si infranse come lo afferrai, una lunga lama fine e arrugginita spuntava per tutta la lunghezza di un lato del legno, tagliandomi le dita leggermente, come sempre. Assaggiò dopo secoli il mio sangue, urlò commossa. Larish era di nuovo con me.
Mel mi guardò, Ecate sembrava sorridere. Il commento più bello venne dalla mia compagna bionda: - Su, piccioncini, muoviamoci.-
Con un movimento ad arco scagliai la lama di Larish nel mezzo della mia colonna vertebrale, dove si unì violentemente alle ossa. Urlai forte, di dolore, di piacere, di orgasmo, di vita e di morte. Crepe apparvero sulle pareti e sulle colonne, Ecate ululò, Melrahsher rise forte. Caddi sulle ginocchia, finendo di urlare. Guardai la parete da cui era scappato Argo, mi alzai e seguito dalle mie complici, sfondai il muro passandoci attraverso come fossi un fantasma d'acciaio. Un corridoio di pietra davanti, camminai deciso sempre dritto, il cane zampettava eccitato, Mel seguiva il muro raschiando stridente Duenna mentre camminava.
Dopo qualche metro il pavimento cedette il posto a delle tavole di legno scuro, si allargò in una stanza tonda e di pietre umide, una pozza d'acqua paludosa sul pavimento. Al centro, chi se non Argo?
Non era fuggito per paura, era fuggito per guadagnare tempo, ancora pochi secondi e sarebbe passato al suo aspetto naturale. Argo, il cane da guardia. Sollevò la testa pelosa ed abnorme. Ci vide subito nonostante la poca luce.
Sulle zampe posteriori era immenso, sarà stato alto almeno cinque metri. La testa canina pelosa e piena di muco non era un bello spettacolo, alcune zanne bucavano la pelle e la carne, uscendo dal muso tra sangue e bava. Le zampe anteriori erano altre due teste come quella principale, e mi venne in mente con un sorriso il nomignolo che lo faceva incazzare parecchio. Decisi di scoprire se ancora ci rimaneva male. Ecate si accucciò tranquilla, Melrahsher si appoggiò al muro con le braccia incrociate, come se non le interessasse minimamente il resto dell'universo. Chiusero gli occhi, calme. Strappai Larish dalle ossa, grondante sangue, con un brivido doloroso di piacere.
- Ehi, storpio d'un Cerbero!-
Aprendo la bocca tagliò con le zanne lembi di carne dal suo muso, corse come un pazzo spingendo in avanti i suoi arti carnivori. Non ricordavo fosse così veloce, ed il bianco arancio del suo pelo un po' mi confuse. Afferrò con le fauci della zampa sinistra il mio braccio destro, perse qualche dente ma riuscì a lacerarlo e strapparlo dal mio corpo. Urlai, abbattei d'istinto e di dolore Larish, che azzannò peggio di lui e frantumò sibilando le sue ossa. Tutt'e due senza un braccio, eravamo pari. Forse.
Ecate si alzò e lentamente raggiunse il mio braccio, incurante di tutto e tutti, e se lo portò al suo posto rosicchiandolo un po'. Mel non la fermò, ma aprendo gli occhi raccomandò ad Ecate di stare attenta ai denti, ricordandole che quand'era un cucciolo non le era assolutamente piaciuto appendersi a quella cosa schifosa. Ecate smise e lasciò schifata quel pezzo di me.
Silenzio, a parte un leggero ringhiare proveniente da due delle bocche di Argo ed il gocciolare dei nostri liquidi vitali. Diedi una testata al bastardo, mi ferii la fronte, e lui si abbandonò intontito all'indietro. Balzai su di lui gridando e sfondando la sua gabbia toracica col mio vecchio e logoro bastone tagliente. Il terrore sui suoi occhi si fece intenso, con il braccio rimastogli provò a scansarmi, perdendo anche quello. Anche io sapevo mordere. Se ne accorse quando sputai l'ex unica zampa sana sul suo naso, Larish ancora dentro di lui, che immobile assorbiva il suo sangue, consumava le membra e le divorava come un tarlo. Svanirono piano i gorgoglii del mostro che si seccava in fretta. La spada aveva una fame di secoli, e sfamarla col suo carceriere la eccitava incredibilmente.
Estrassi l'arma rossa e gonfia come una sanguisuga dalla polvere umida e la feci di nuovo schiantare nella spina dorsale. Un altro urlo, stavolta breve ed intenso. Ora poteva di nuovo scambiare con me la vita delle sue vittime, io la vita delle mie con lei.
Raggiunsi il mio braccio a terra, Mel si staccò dal muro e mi fece il verso:
- "Vedrai, Mel, sarà un gioco da ragazzi, non mi farà neanche un graffio..." Si, come no.-
- Mi sono un po' arrugginito, capita! -
- Si, si... Capita. "Vedrai Mel, non saranno pochi secoli ad arrugginirmi" e intanto quel pelouche ti ha strappato un braccio con il pericolosissimo attacco di gommapiuma.-
- Uff! Smettila!-
- Di fare che? Di ripeterti quello che mi dicesti dal fabbro mentre cercavo qualcosa per me?-
- Ero giovane, è successo quasi mille anni fa! -
- Non sei mai stato giovane. Piuttosto, dovremmo tornare dall'islandese per quella cosa?-
- No, faccio io, lui non è più a casa sua, ho sentito che è partito da qualche parte. Va a far visita a Chacal con dei suoi amici.-
- Dove l'hai sentito?-
- Larish ascolta e ha ascoltato per secoli.-
- Peccato, avrei voluto ringraziarlo ancora per Duenna. Sono ancora in pochi a costruire roba del genere.- Accarezzò il suo tirapugni, facendo scattare la lama che usciva dal basso verso l'esterno della mano.
Afferrai una grossa pietra e la tirai via dal muro. Cercai di incastrarla con forza sul moncherino, e quando non si mosse quasi più guardai Ecate, che sonnecchiava.
- Ecate, mi serve il tuo calore.-
Alzandosi, ringhiò di rabbia per averla disturbata. Melrahsher sghignazzò. Quella creatura proprio non mi sopportava. Morse la pietra, frantumandola e fondendola, prendendomi anche le ossa più per piacere personale che per necessità. Con una smorfia di dolore, presi il braccio da terra e quando Ecate si spostò ghignando, lo attaccai e si fuse con la lava che traboccava dalla mia spalla. Un lavoro grezzo, ma funzionale. Riuscivo a muoverlo, era tutto a posto, a parte i vestiti distrutti e logori a causa della lotta e dei miei cambiamenti fisici. Anche se alto poco più della metà di Argo, ero molto più robusto. Mel diceva spesso che ero un'enorme colonna di terra e sangue. Forse aveva ragione.
Mi girai, camminai verso la polvere di Argo e mi chinai a prendere un ciondolo, un ciondolo con la figura di un pugnale che veniva circondato da uno scorpione. Col braccio restaurato diedi un pugno ai resti del Cerbero storpio, frustrato perché mi ero accorto in quel momento che mi aveva spezzato due aculei del gomito.
Guardai la bionda: - Ne mancano altri tre.-
- Sai dove sono?-
- Si, ma ci troveranno loro, e stavolta non avrò bisogno di trucchi.-
- Trucchi... Hai solamente usato Jack come involucro protettivo, se no le protezioni scritte sul palazzo ti avrebbero dato acidità di stomaco.-
- Mi da fastidio!-
- Gné gné gné!-
Mi alzai, Mel fece un cenno ad Ecate ed il pavimento si fuse, l'acqua stagnante evaporò all'istante e sprofondammo nelle fondamenta del palazzo.
- Ba'al, ricordi come si chiamava il fabbro?-
- Sua madre lo chiamava Sebastian.-
Magari un giorno l'avremmo incontrato di nuovo.
Arrivammo in un buon punto delle fogne e ci dirigemmo all'appartamento di Jack, che giudicammo una buona base operativa, al centro di tutto, facile da scoprire se si voleva essere scoperti.
Cominciai a cambiare forma, non mi andava di farmi vedere in superficie col mio aspetto naturale. Mi rimpicciolii e tornai al metro e ottanta circa di Jack, seminudo, gli aculei si ritrassero e purtroppo rimase qualche macchia della mia pelle ocra sulla sua. Uscimmo da un tombino in un vicolo vicino, il nostro amico canide si dileguò, non le piaceva il mondo umano. Noi "umani" salimmo le scale al piano dell'appartamento, mentre sbuffavo di nuovo perché Melrahsher non voleva prendere l'ascensore. Eravamo stanchi, il tempo andava veloce in quell'ambiente, avevamo perso almeno 14 ore.
Mi buttai sul divano, Mel si spogliò e si mise a dormire sul letto. La guardai e sorrisi. Anche un demone si innamora. Un demone che avrebbe avuto di nuovo il suo posto, stavolta soltanto con Ecate e Melrahsher accanto. Chiusi gli occhi e aspettai il giorno. Larish si addormentò docile, fusa con le mie vertebre.

martedì 7 dicembre 2010

Stati di depressione e whisky in sclero. Numero 6.



Arrivammo al condominio dove abitava Jack verso sera, il sole stava appena tramontando. Melrahsher mi seguiva. Le luci che provenivano dalla strada e dai caseggiati mi fecero sentire a casa, una casa che non era mai stata mia. Erano le sensazioni del mio ospite. Sostammo un attimo davanti al portone, dovevo cercare le chiavi in tasca.
In un decimo di secondo si aprirono le ante di una finestra al piano terra, quella della signora Foster. Rimase un poco sotto shock. Non credo si aspettasse di vedermi, soprattutto in compagnia di una bionda vestita di nero, con una lunga gonna e una maglia a maniche lunghe con un'interessante scollatura.
Divenne subito rossa, quasi emanava vapore:
- Signor Pendra! Manca da tantissimo tempo, stavo per mettere un annuncio per affittare di nuovo il suo appartamento! Lei è in ritardo con l'affitto, le hanno staccato luce, acqua e gas! Con che coraggio si ripresenta qui? -
Mi voltai e guardai un attimo la mia compagna di viaggio:
- Pensaci tu, per favore. - Dissi laconicamente.
Melrahsher annuì e fissò per qualche secondo la vecchia, che subito chiuse gli occhi e piano si accasciò sul davanzale, ronfante.
Infilai la chiave nella serratura del portone ed entrammo. L'ascensore era stato riparato, e lo indicai a Mel. Una parola risuonò nel mio cervello, ma veniva da lei, che non aveva tanta voglia di parlare: deficiente. Sapeva che avevo bisogno di contatto, e l'ascensore era un luogo chiuso pericoloso per l'istinto.
Facemmo i sei piani di scale a piedi, e solo una volta mi disse 'Smettila di guardarmi il culo!', sebbene sapesse che non ne potevo fare a meno.
Entrammo nel buco dove viveva il ragazzo e notammo con divertimento che l'appartamento era più lercio di quanto ci aspettassimo.
- I soliti maschi...-
- Non cominciare. Pulirò un po', tu hai del lavoro da fare. -
- Ah, si? E cosa, sentiamo...-
- Dai, smettila con quel tono, non ti voglio dare ordini. Dopo aver fatto quello che ti chiedo, potremo di nuovo evocare Ecate, va bene? -
Fece un sorriso splendido, uno di quelli che mi avevano fatto innamorare di lei. Buttai a terra qualche bottiglia vuota di whisky e vodka, il cartone di una pizza e sedetti sul divanoletto di Jack, prima di far sedere Melrahsher sulle mie ginocchia e parlare:
- Mentre pulisco un po' qua, devi chiamare di nuovo Ismaele, mi serve per un incarico. Poi trova Simon, quello della rivendita di liquori, e cancella dalla sua testa quello che è successo in quei due giorni. La stessa cosa farai con Joseph e quella vecchia di sotto. Inventa cosa ti pare da impiantare come ricordo. Dopo tornerai qui, chiameremo Ecate e penserai a me.-
- Hai intenzione di pensare spesso in lingue che non conosco? Scemo! -
- Se pensassi in una lingua che conosci, mi rovineresti l'effetto sorpresa. -
- Uff! Noioso! -
- Dai piccola, abbiamo molto da fare. Intanto chiama Ismaele.-
Con un finto broncio si alzò lentamente e quando fu in piedi chiuse gli occhi, muovendo le labbra come se stesse parlando tra se e se. Una nebbiolina scura si formò davanti a noi, e apparve la sagoma dell'uomo che mi aveva contattato al locale notturno.
- Ti ascolto, padrona. - Disse inchinandosi.
Quando cominciò a rialzarsi, il mio pugno lo colpì in pieno volto rompendogli il naso che subito guarì, non senza provocargli il dolore desiderato. La ragazza strabuzzò gli occhi dallo stupore e urlò: - MA SEI DIVENTATO PIù IDIOTA DEL SOLITO?-
- Mi ha distratto l'altra volta.-
- Se non ti avesse distratto, non ti avrei trovato prima di loro! -
- Errore mio, pardon. - Ma godevo come un riccio. O- oh, espressione da Jack, a quanto pare non si stacca facilmente dalla mia personalità, bisogna tenerlo ancora all'oscuro di tutto o rischia di compromettere le cose.
Ismaele mi guardò torvo e aspettò gli ordini senza dire niente. Presi un pezzetto di cartone della pizza e scrissi qualche parola con una penna trovata per terra. Glielo porsi:
- Queste parole le dovrai dire a Simon poco dopo le dieci del mattino, prima che arrivi Jack. E vedi domani mattina di pagare le bollette, voglio che sia tutto a posto per il suo risveglio.-
- Non prendo ordini da te. -
Stavo caricando un altro pugno, quando la bionda mi fermò il braccio:
- Segue solo cosa dico io. Ismaele, per favore, potresti fare questo per me?-
Sentii la collera salire dallo stomaco quando lo guardò con lo sguardo mellifluo che sapeva fare solo lei. Ismaele annuì e scomparve.
- Gelooooooosoooooo! -
Mi voltai scocciato, la risata di Melrahsher come colonna sonora.
- Su, vai, è tardi. - Dissi con un grugnito.
Aprì la porta e sentii i suoi passi sulle scale. Tolsi il giubbotto e lo buttai assieme ad altri rifiuti, pulii alla bell'e meglio tanto da non far capire che fosse cambiato tanto e mi misi ad aspettare.
Passarono pochi minuti, e Melrahsher fece ritorno:
- Tutto a posto, ora sta a te.-
- Va bene, ogni promessa è debito. Prendi una tua candela e accendila. -
Fece come le avevo chiesto e mi porse la candela. La afferrai con decisione e mi bruciai per pochi secondi il palmo della mano sinistra. La stessa cosa fece lei, soffiando assieme a me sulla fiamma. Il pavimento si sciolse, un misto di lava e carne ribollì al centro di una buca rossa e nera, e con una lentezza esasperante si arrampicò sul bordo di uno scalino melmoso un cane nero, con gli occhi ambrati. Saltò addosso a Mel, scodinzolando come un pazzo, incurante della sua mole e quasi facendola cadere. I gridolini di felicità nell'aver ritrovato una vecchia amica mi fecero sorridere, la mia amata era contenta. Dopo almeno cinque minuti di saluti il cane si accorse di me, ringhiò guardandomi negli occhi e tornò a dare affettuosi colpetti di naso alla sua padrona.
- Anche tu le sei mancato, Ba'al.-
- Si, come no... Dai, mettila a cuccia e ascoltami.-
Melrahsher si sedette per terra, ormai il pavimento si era ricomposto. Ecate si accucciò di fianco a lei, sempre con lo sguardo minaccioso verso di me.
- Ora mi devo di nuovo rintanare dentro questo corpo. Stavolta non sarò legato, ho bisogno di entrare in azione quando voglio, e in alcuni posti può entrare solo Jack.-
- Intendi dire che incontrerai il Boss?-
- Si, ha lui Larish.-
- Io cosa devo fare?-
- Modificherò io i ricordi di Jack, tu devi solo tramortirmi.-
- Come?-
- Fai tu, come ti viene. Starò a guardare da dentro. Piuttosto... Ismaele chi è? -
- L'ho incontrato per caso, non aveva un corpo e gliene ho dato uno. Vagava vicino alla nostra porta e ha deciso di servirmi per gratitudine.-
Scoppiammo a ridere. Ecate ululò.
Mi concentrai, chiudendomi in me stesso. Sentii un fruscio, e fu buio.
Era l'alba, non pioveva da mesi e la terra si tramutava in un pulviscolo fastidioso, misto a cenere e puzzo di carne bruciata. In due percorrevamo la via principale di quel villaggio in fiamme, silenzioso e assordante allo stesso tempo. Un uomo ancora vivo bruciava, e si trascinava urlante spezzando quel silenzio tombale, rompendosi unghie e scorticando la pelle delle mani per cercare un aiuto che non arrivava. Sfilai Larish dalla mia schiena, con un gemito di piacere e di dolore, mentre ancora dormiva. Grondava sangue non mio, e ringraziò debolmente e appagata quando le feci mordere le carni di quel relitto umano. Soffriva, è vero, e misi fine alla sua agonia.
- Sei diventato roppo buono, Ba'al -
- Sono stanco, Melrahsher. -
- Sei vecchio. -
Storsi le labbra in una finta smorfia di fastidio, e rinfoderai di nuovo la mia spada urlando di dolore, stavolta assaporando il caldo ustionante del suo metallo all'interno delle mie ossa. Verso est il sole si levava in fretta, alle nostre spalle, e arrivammo alla fine del centro abitato. Due strade ci si paravano davanti, quando uno strano rumore attirò la nostra attenzione: era una sorta di pianto, acuto e triste. Alla nostra destra un cumulo di rifiuti e sterpaglie sembrava la fonte di quel lamento. Eravamo solo noi due, nessuno ci seguiva e nessuno era rimasto, non avevamo idea di cosa o chi potesse essere.
- Sento guaire, eppure non è il tuo pisello! -
- E finiscila, Mel! -
Mi avvicinai, con la mano scostai i rifiuti, e comparve davanti a me il muso di un cucciolo nero, gli occhi color ambra, l'espressione che riassumeva un misto di malinconia, tristezza e compassione. In un attimo mutò il suo carattere, abbaiò, ringhiò e mi morse l'avambraccio, senza smettere di ringhiare mi rimase attaccato quando lo sollevai con aria di sufficienza. Melrahsher rise, lo prese tra le mani e subito l'animale si staccò dalla mia pelle, forse perché non abbastanza saporita. La mia compagna rise, se lo portò al petto e felice commentò:
- Questa la teniamo, è bellissima! Ti ha tenuto testa e ha capito che sei un cucciolo grande! Ti chiamerò Ecate, contenta? -
- E va bene, la terremo... -
- Guarda che non ti stavo chiedendo il permesso. -
Il cucciolo scodinzolava e abbaiava felice con lei, solo con me ringhiava. Mah, vai a capire le femmine.
Mal di testa e sogni del cazzo. Di sicuro ho bevuto di nuovo come la solita merda che sono...
Fanculo... Tanto chi se ne frega. Licenziato quattro mesi fa, ho solo qualche spicciolo e sono single, ottimo.
Lasciai correre un po' i miei pensieri, e alla fine decisi di alzarmi, avevo contaminato abbastanza il letto con la mia depressione mattutina. Feci un passo e arrivai subito al bagno. Aprii il rubinetto del lavandino e mi sciacquai la faccia. Lo specchio mi raccontò con un'immagine una notte di bagordi. Mi tolsi le mutande-pigiama e mi infilai nella doccia, dopo aver lavato i denti. Un po' d'acqua fredda mi fece svegliare ancora di più con un odioso sussulto. Era tardi, ma tanto non avevo un cazzo da fare.
Passai di nuovo davanti allo specchio, che stava davanti alla doccia, e notai che la mia spalla destra si stava un po' spellando. Piccole macchiette ocra scuro apparivano sotto il rosa pallido... Provai a toccarle, erano dure e ruvide, ma non facevano male. Che cazzo, anche il mio corpo si lasciava andare, prima o poi sarei andato da un dottore. Strappai il cassetto dell'armadio e trovai qualcosa da mettere, prima di uscire. Avevo quasi finito da bere, e Simon di sicuro mi avrebbe fatto ancora credito come da qualche tempo faceva. Aprii il minifrigo per vedere se magari qualcosa di commestibile era rimasto, e trovai dei funghi che prima non c'erano, e supposi fosse l'evoluzione della muffa, mentre le uova che avevo si sarebbero presto schiuse. Il pollo non mi andava, e le buttai nel secchio vuoto... Forse l'avevo svuotato la notte da sbronzo, me lo ricordavo traboccante. Acchiappai la bottiglia di whisky superstite e feci un sorso d'assestamento. Finita. Destinazione secchio, andò all'inferno assieme ai polliuova. Scesi le scale, l'ascensore mi avrebbe fatto venire nausea. Il mondo stava andando davvero male, neanche la signora Foster si degnò di rompermi i coglioni. Mi avviai lento verso l'unico posto dove potevo stare... Dieci minuti dopo aprii la porta del negozio di Simon, odiando non so perché il campanello che suonò come entrai. Ciccio stava dietro il bancone, e quasi si spaventò nel vedermi.
- Ciao Jack, come te la passi? -
- Di merda. Novità?-
- Stanotte credo siano entrati dei vandali qui dentro. Hanno rotto qualche bottiglia, bevuto da altre e hanno spaccato un po' di roba nel retro... Ho avvisato la polizia, ma non credo succeda niente di rilevante...-
- Senti, bombola umana, mi presti una bottiglia? -
- Jack, so che sei in cattive acque, ma sono mesi che vai a credito. Te la posso dare solo se mi fai un favore. -
- Ricattatore del cazzo. Su, spara.-
- Stamattina è arrivato un tizio, e mi ha chiesto se facevo consegne a domicilio. Se mi consegni una cassa di vino a questo indirizzo senza aprire nessuna bottiglia, allora posso regalartene una di rum.-
- Due e affare fatto.-
- Mi mandi in rovina tu. L'ndirizzo è scritto qui. Non è lontano.-
Suonò il campanello della porta mentre prendevo dal retro la cassa di succo d'uva alcolico. Me la misi in spalla e uscii. Al bancone Simon stava incartando una bottiglia di Cutty Sark che mi fece venire l'acquolina... Il cliente sembrava un nerd vecchia generazione: capelli grigi, occhiali e denti storti da sembrare una scacchiera dopo un incidente in un livello di tetris.
Lo guardai storto, mi misi una sigaretta in bocca e mi sembrò di sentire l'impressione di un dejà-vu, quando Simon salutò il cliente chiamandolo Joseph. Uscii e mi avviai verso l'indirizzo del collega alcolizzato. Accesi la sigaretta.
Fortunatamente era tutto vicino alla stazione dove abitavo e dove passavano roboticamente centinaia di persone ogni ora. Avevo perso il conto...
Un grattacielo. Bene. Avrei dovuto prendere l'ascensore e andare sul tetto. Fare l'incontro nell'atrio veniva male... Cazzone sfigato.
L'edificio era un mastodontico blocco unico, quasi cubico e grigio merda di piccione, adatto solo ad una setta che professava l'amore per i bunker della seconda guerra mondiale o per i rifugi antiatomici, tutto dipendeva dal credo religioso. Sul davanti una porta girevole in vetro scuro lo faceva somigliare ad un temperamatite gigante. Non riuscivo a capire che razza di segni erano scolpiti sopra l'entrata, ma lo scutore doveva avere avuto un brutto attacco di emorroidi nel farli, non riuscivo neanche a capire la lingua in cui erano stati fatti. Entrai, ed appena varcata la soglia, avvertìì un breve dolore acuto allo stomaco. Ruttai con la bocca chiusa un alito bollente, che sapeva di terra e sale. Doveva essere stato il whisky di sicuro, mah...
Salutai il portiere, assonnato e grasso da orlare la sedia su cui stava con la ciccia. Occhi rossi da monitor della sicurezza, briciole di qualcosa simile a ciambelle sul muso e baffi (fagocitazione furiosa, supposi), e filmetto erotico sulla televisione portatile. Mai notato un cruciverba o un libro che non riguardasse il sesso in queste situazioni.
Alzò lo sguardo su di me:
- Desidera?-
-No.-
Andai direttamente all'ascensore, pensando fosse un terremoto a seguirmi di corsa. Era solo la gravità che infieriva sul pavimento usando la mole del custode come sfogo per tutte le sue frustrazioni:
- Fermo! Dove credi di andare?-
- Adesso mi dai del tu. Che scarsa educazione.-
Tirò fuori una pistola che nelle sue mani oleose fece fatica a capire dove doveva guardare. Meglio non rischiare, facciamo i bravi.
- Mani in alto! Posa delicatamente la cassa per terra e faccia al muro! -
Posai il vino. alzai le braccia con calma e mi poggiai al marmo della parete. Marmo rosa. Palazzo gay.
- Ecco qua... Attento alla puzza delle ascelle.-
- Non prendermi per il culo! -
Si avvicinò e mi perquisì.
- Attento al cobra. -. Zippo, sigarette, portafoglio e ciondolo.
- Chiudi quella fogna! Cosa sei venuto a fare qui?-
- Devo incontrare una persona. -
- E chi, sentiamo.-
- Non lo so. Mi hanno detto di consegnare questa cosa all'ultimo piano. -
Aprì il portafoglio e controllò i documenti.
Mi girò di scatto, prendendomi per la spalla destra.
- Non mi toccare. Meglio per te.-
- Perché, se no? - Rise e sobbalzò come un budino nel farlo, la mano ancora sulla spalla.
- Perché se no ti ammazzo.- Forse non dovevo dirlo a un gigaciccione con la pistola in mano, ma ormai...
- Smettila e non muoverti. -
Staccò la zampa dalla mia spalla, indietreggiò verso la sua postazione con la pistola puntata verso di me e pigiò un pulsante nella tastiera di un telefono. Brrr, che sguardo cattivo...
- Qui Ralph. C'è un tizio che dice che deve consegnare una cassa sul tetto. -
Una voce acuta, quasi da donna, rispose all'istante: - Chi è? Chi deve incontrare?-
- Dice che non lo sa. Jack Pendra.-
- Mai sentito. Vedi di trattenerlo un po', se non ti sei dimenticato come si fa. Sto arrivando. -
Chiuse la comunicazione e mormorò qualcosa che non sembrava appartenere alla categoria dei complimenti. Pare non correre tanta simpatia tra i due... Meglio ricordarlo per un altro momento.
Sempre con le mani alzate. E se provassi a fare un po' di comunicazione? Frasi fatte o discorso costruttivo? Frasi fatte:
- Freddo, eh? Meno male che sta arrivando la primavera. -
- Già -
Ottimo interlocutore. Osservò il ciondolo e lo sollevò verso la luce per vederlo meglio. Abbassai le braccia e il giubbotto scricchiolò. Il figlio cretino di godzilla si riscosse e mi puntò meglio la pistola addosso, rialzai le braccia di scatto.
- Fermo! Cosa credi di fare? -
- Riposarmi. -
- Ti ho detto di non prendermi per il culo! -
Si avvicinò più in fretta che poté e mi colpì col calcio della Glok alla tempia sinistra. Quelle pistole fanno male anche senza fuoco. Caddi carponi senza perdere i sensi per un miracolo e l'escremento mi prese per il braccio, rialzandomi con uno strattone.
Mai toccarmi due volte.
Appena fui in piedi la rabbia mi assalì con la violenza di un martello pneumatico dopato. Abbattei le mie mani aperte sulle sue orecchie per intontirlo, e come si allontanò di un passo all'indietro, confuso, lo afferrai per le spalle tirando su il ginocchio destro con quanta più forza avevo, e dal soffio mozzato che emise con forza capii che ormai l'umanità era salva dalla sua progenie. Cadde sulla cassa di vino e sentii rompersi qualcosa. Avevo perso due bottiglie di rum! Tirai un calcio alla pancia del bastardo, solo per frustrazione.
La porta dietro la postazione del custode si aprì ed uscì l'uomo con il quale probabilmente il ciccione a terra stava parlando poco prima all'interfono. Dopo un attimo di smarrimento tirò fuori la pistola, cominciando a sparare verso di me. Mi tuffai a terra, raggiungendo il bancone dei monitor. Per fortuna non mi colpì, ma si avvicinò di corsa mentre riuscivo a raggiungere l'altra porta col cartello "high voltage" accanto all'ascensore. L'interruttore delle luci era lì. Staccai tutto. Qualche secondo e il generatore di emergenza cominciò a fare il suo lavoro. Sempre a terra, chiusi la porta d'istinto mentre l'uomo cercava di sfondarla con un calcio. Era più forte di quel che credessi, e la sfondò. Ero ancora a terra, spalle al muro e non sapevo come reagire, stava per spararmi e non credo stavolta sarei sopravvissuto. Buio. Tutto si spense, sentii come un tonfo ed un gorgoglio, poi dei passi lenti, di più persone. Le luci si riaccesero, fuori dalla porta apparvero tre energumeni alti almeno due teste più di me, vestiti di nero e con gli occhiali da visione notturna. La guardia era a terra in una pozza di sangue, aveva le mani che coprivano uno squarcio alla gola da cui usciva la sua vernice interna, stava agonizzando, sputava rosso. Una voce robotica allungò una mano per aiutarmi ad alzarmi:
- In piedi.- Respinsi l'aiuto con uno schiaffo.
- Odio essere toccato.-
Mi sembrò di sentire una risatina soffocata mentre mi tiravo su.
Andai fuori dallo stanzino, sorvegliato in silenzio da quei tre giganti, e notai che del sangue copriva anche il ciccione e la cassa di vino. Mi fermai un attimo, presi la mia roba dal bancone e accesi una sigaretta. Ero un po' sotto shock e come al solito non capivo:
- Perché farli fuori? - Chiesi a nessuno in particolare.
Una voce più bassa della prima mi rispose: - Ordini dal Boss. -
- E chi cazzo sarebbe? -
Subito mi saltarono addosso e mi atterrarono, la sigaretta volò sopra la cassa bagnata di sangue e vino.
- Non osare mai più usare un linguaggio del genere parlando di lui! -
Tossii per il colpo, una mano mi fece sbattere la testa sul pavimento. Non potevo reagire, ma la nausea del tocco su di me era davvero forte. Si alzarono lentamente, e così feci anch'io, recuperando la sigaretta, che buttai schifato. Era spenta. Mi condussero all'ascensore ed entrarono con me. Sotto i pulsanti dei piani c'era una serratura che in un ascensore moderno non ci stava a fare niente davvero. L'uomo alla mia destra inserì la chiave, diede due mandate troppo rumorose e la scatola portagente salì velocemente. La luce che segnava la posizione si fermò tra il quinto ed il sesto piano. Le porte si aprirono su una stanza enorme, bianca da accecare, a destra e sinistra colonne grigie ed al centro, in fondo, un tavolo di mogano con dietro una sedia già occupata.
- Lasciatelo venire da me. Si accomodi, prego. Le posso offrire qualcosa da bere? -
Ero un po' sospettoso, ma avevo una sete... - Un whisky triplo, grazie. -
Mi avvicinai ed il tizio mi indicò una poltrona davanti a se. Mi sedetti ed uno di quei tre poggiò un bicchiere gigante sul tavolo al mio posto, uno piccolo e pieno di un liquido scuro davanti al vecchio che mi guardava studiandomi. Sollevai il mozzicone della sigaretta e, sempre in silenzio da quando m'ero seduto, indicò ancora verso un posacenere incastonato nel tavolo, dove spensi la cicca. Mi guardava ancora. Aspettai prima di attaccare l'anima del malto nel bicchiere. Avrebbe detto qualcosa, e anche se non avevo idea di cosa fosse stato, di sicuro valeva la pena di essere ascoltato. Lo sentivo dentro.