venerdì 18 maggio 2012

Anfibio 46 nero. Avventure di Jack.



Dopo essermi distorto il piede destro per la terza volta in 34 secondi netti, la mia prodigiosa mente ha eliminato l'idea dell'ubriachezza come causa della deambulazione difettosa e mi ha dato modo di controllare per puro caso la suola delle scarpe. Non c'era. Ecco alla fine scoperto anche il mistero della pianta del piede pietrificata e del freddo d'inverno. Ero affezionato alle mie scarpe: dall'85 mi tenevano compagnia anche durante il sonno. Le coccolavo, le amavo. Le nutrivo di amore, di asfalto ed ogni tanto di una cacca di cane (questo quando ancora avevano le suole). Cosa fare dunque? Mentre il pensiero e il dubbio si insinuavano nei meandri della mia mente, le voci dei miei coinquilini sono state d'aiuto in questo difficile periodo della mia vita:
"La vuoi finire di camminare sulle mani in cucina? Ogni volta che mi giro a chiederti qualcosa mi risponde il tuo alluce destro! Il problema è che non mi piace la voce, perché quello che dice ha senso".

Insomma, dopo due settimane passate ai semafori a chiedere l'elemosina agli autisti delle macchine che si fermavano col rosso, ed avendo prima sconfitto la loro diffidenza verso un mendicante che per chiedere qualche moneta infila il piede nell'apertura del finestrino, son riuscito a racimolare qualche soldo per comprare un paio di scarpe nuove.
Quindi ho preso il biglietto del pullman cittadino, sempre camminando sulle mani (il problema più grande è stato accendere le sigarette con i fiammiferi usando alluce e secondo dito del piede), e tenendomi alle maniglie di sicurezza con le gambe incrociate, ho raggiunto un centro commerciale dove di sicuro avrei trovato dei decenti guanti per piedi.
Non so se è mai capitato anche a voi, ma nei negozi di scarpe non si viene considerati da nessuno fino a che non si adocchia una calzatura, anche solo per curiosità. Non c'è proprio nessuno del personale in negozio. Balle di fieno svolazzano, clienti sperduti vagano come zombie tra gli scaffali, Ennio Morricone suona personalmente la colonna sonora che si sente ronzare da casse seminascoste da ossa e crani umani.
Conoscendo le regole basilari della buona educazione, ho cercato di evocare qualcuno facendo tintinnare delle monetine tra le dita dei piedi. Niente. Insomma, sempre sulle mani ho indicato a caso una scarpa da donna, tacco 73 cm e color verde nausea, che a quanto pare va di moda in Laos. Un fruscìo come ali di migliaia di pipistrelli ha coperto gradatamente l'assolo di oboe proveniente dalle casse, fino a diventare assordante ed è apparsa lei: la commessa. Un metro e venti, tozza e sorridente, l'unica persona che in quella posizione riusciva a guardarmi in faccia.
"Posso esserle utile?"
"Cerco degli anfibi neri". A questo punto capita una cosa strana, che si nota in tutte le rivendite di scarpe al mondo: la commessa non ti dirà mai che ha il tipo di scarpa che stai cercando, e neanche che non ce l'ha. Prima ti chiede il numero, a prescindere dall'assenza o meno della calzatura. Credo sia una sorta di monitoraggio della clientela, per conoscerne i punti deboli e conquistare poi l'umanità.  Insomma, prima lo dici (46) e poi ottieni la risposta:
1) Se la scarpa ce l'hanno: "Si, la devo solo cercare, ma c'è!" E si buttano di gomiti sulle scatole di scarpe impilate precariamente sopra i modelli in mostra, nel magazzino, nel bagno, sotto la cassa, nelle tasche degli altri clienti e nel fast food davanti. Dopo tre ore te ne portano una diversa e ti dicono: "Eccola!" "Ma non volevo questa..." "Abbiamo anche altri modelli! Modelli sportivi, per giovani, per vecchi, per robot, per morti e per salsicce, che vanno tanto questo periodo di equinozio." "Senta, lasciamo stare." "Posso tentarla con un calzascarpe coperto di glitter fuxia shocking al tramonto boreale?" e solo alla risposta negativa ti danno davvero la scarpa che cerchi;
2) Non hanno la scarpa. Stessa cosa di prima, ma cambiano due cose fondamentali a parte che alla fine la scarpa non te la danno e piangono: il periodo della moda delle scarpe per salsicce e il colore del calzascarpe che stavolta è arancione fluo con fantasia di pois verdi brillante all'alba neozelandese.
Ho girato per diciotto negozi in tre stati diversi con lo stesso risultato, ma alla fine le ho trovate: dei bellissimi e comodi mocassini di coccodrillo di pelouche color tacchino sbronzo. Però ora che ci penso credo mi abbiano fregato.

Jack

mercoledì 8 febbraio 2012

Stati di depressione e whisky in sclero. Otto.



Aprii gli occhi di scatto, mal di testa improvviso al risveglio, ottimo. Mi misi a sedere 
sul divano, a quanto pareva avevo dormito lì e di nuovo non ricordavo. Da giorni sentivo 
voci parlare sottovoce, come un forte fruscio. Nella mia testa c'era una confusione abnorme, 
non capivo da dove venissero ed ogni tanto l'ululare di un cane spezzava il chiacchiericcio 
senza senso che continuava, e continuava, e continuava...
Mi alzai, la vista sfocata come in un brutto film surrealista. I brandelli dei miei vestiti 
svolazzavano attorno, il giubbotto era andato non so come, i jeans distrutti, la felpa quasi 
assente. Che diavolo avevo fatto? Perché ero seminudo?
Prima o poi avrebbero smesso! Prima o poi avrebbero smesso... Cercavo di autoconvincermi che 
prima o poi ci sarebbe stato silenzio in questi finti pensieri non miei.
Queste frasi mi uccidevano mentalmente, mi distruggevano il cervello, ogni parola era un 
brivido, un tremito. Se avessi potuto mi sarei trafitto le tempie con le unghie e mi sarei 
strappato i lobi frontali, cazzo! Ma cosa sarebbe finito? Non avevo la minima idea di quello 
che dicessero, di quel che volessero dire. Ero solo a casa, non c'era nessuna festa, lo 
stereo era spento e non c'era nessuno in strada a quell'ora. Avevo finito le lacrime dalla 
disperazione, tra poco avrei fuso 'sti occhi difettosi. Andai in bagno, in pratica il solito 
passo di 30 centimetri. Afferrai la boccetta di Rivotril dallo sportello dietro lo specchio 
e ne bevvi metà. Se non mi avesse calmato almeno avrei dormito e magari non mi sarei 
svegliato, tanto di guadagnato. Anche se i sogni non erano proprio meravigliosi... Prima un 
deserto ed una battaglia, poi un villaggio in fiamme. E non avevo la tv, mai comprata, libri 
del genere non ne leggevo...
C'era mezza bottiglia di vodka sul tavolo, nessuna voglia di chiedermi da dove venisse, 
pensavo di averla finita. Ne buttai giù fino a ridurla di un decimo e di nuovo mi sedetti 
con la testa tra le mani, stavolta sulla tavola del cesso. l'immagine che scorgevo allo 
specchio non mi apparteneva: mi stavano sparendo le sopracciglia, i capelli erano cresciuti 
un po' troppo, lisci e rossi. Non erano tanto male, ma non erano i miei! La barba era 
assente, eppure avevo un pizzetto lungo. Il mento mi faceva male, restringendosi ed 
allargandosi allo stesso tempo. Glabro sul petto, dal villoso che ero, la pelle scura tra 
giallo e marrone. Tutta la pelle diventava scura. Ruttai. L'alito sapeva di terra, Rivotril 
e vodka, mi fece bruciare il naso. Poggiai le mani sul bordo del lavandino e strinsi con 
forza fino a farmi venire i crampi e le nocche bianche, o gialle merda. La lampadina emanava 
una luce diversa, le voci non smettevano, la luce bruciava e pervadeva ogni mia cellula, le 
voci non smettevano, la luce era diversa prima, le voci non smettevano. Girai di scatto la 
testa verso il bulbo luminoso, le voci non smettevano, mi frustai le spalle con i capelli ed 
uscì sangue scuro, le voci non smettevano, il cane ululò. Gli occhi bruciavano e ogni parte 
del mio corpo indesiderato bruciava, le voci non smettevano, le tempie pulsavano ora 
convulsamente, le voci non smettevano. Mi voltai ancora verso lo specchio stronzo e 
illusorio, mi alzai e un breve urlo soffocato uscì dalle nuove labbra strette come lame di 
rasoio, nere come avessi mangiato carbone, le voci non smettevano, si erano fermate un 
attimo quando avevo urlato. Occhi bianchi, vene rosse sulla congiuntiva, niente iride o 
pupille, le voci fottute non smettevano! Ci vedevo lo stesso, anche se sfocato, i denti 
rossi, stessa tonalità dei capelli, scuri e lucidi. Le voci non smettevano, stavolta urlai 
forte e chiusi gli occhi. Li riaprii, il riflesso sullo specchio mi mostrò l'immagine di una 
donna dietro di me, poggiata alla porta, bionda e vagamente familiare. Mi girai e non c'era, 
le voci non smettevano.
Era insopportabile! Tirai un pugno allo specchio e si frantumò, macchie di sangue sporco, 
nero e scuro sulle schegge riflettenti. Non ce la facevo più. Inspirai ed espirai a fondo, 
forte. Un pensiero mi balenò in testa, non sapevo dire se mio o di quelle fottute voci, 
anche le mie parole mentali erano sfocate. Decisi di seguire quell'idea, vivere così non mi 
piaceva, in un corpo non mio e sempre ossessionato da questo chiasso mentale. Corsi in 
camera, uno scatto bloccato a metà, afferrai la coperta e ne strappai una striscia lunga e 
spessa. Le voci si fecero più alte, più rumorose, più chiassose. Dovevo fare in fretta, 
farle smettere in qualche modo! Un modo ce l'avevo.
Feci un nodo per legare la striscia della coperta ad una gamba del letto, ne feci un altro 
largo all'altro capo e ci infilai la testa. Non avevo mai imparato a fare lo scorsoio, ma il 
principio era di stringere, no? Vuotai la vodka, gettai la bottiglia che si frantumò sulla 
parete. Le voci non smettevano. Mi buttai dalla finestra con la corda al collo.
Il mio volo fu arrestato da uno strattone potente, una ragazza urlò fuori, qualcuno c'era in 
giro. Udii il letto che si spostava di botto poco prima che mi scoppiassero i timpani, uno 
schiocco secco mi spaccò trachea e osso del collo. Le voci erano cessate. Un sospiro. Era 
mio o delle voci? Avevano smesso.
Si dice che quando si muore tutta la vita passa davanti agli occhi. Non so se sia vero o 
meno, so solo che vidi fumo rossastro.

Sarà stato per qualche minuto, qualche secondo o qualche ora, non ne ho ricordo, ma poco a 
poco vidi meglio e quel fumo svanì. Stavolta sì, vidi nero, ma avvertii qualcosa che mi 
copriva la faccia, che stringeva il corpo e non mi faceva muovere. Un peso mi avvolgeva, e 
quel peso era ancora avvolto da qualcos'altro... 
Sentivo il fruscio di qualcosa di esterno, non capivo cosa fosse. Intanto sentivo... non il 
tatto, come una sensazione... insomma, venivo trascinato per un braccio che non si alzava, 
come fosse bendato. Sentivo caldo, suoni indistinti e rumori silenziosi.
Un brontolio molto basso, come una frana lontana, pietre massiccie una sopra l'altra, rauche 
e che si articolavano in qualcosa che riuscivo a stento a capire...
- Sicura che ci sia ancora lì dentro?-
Fruscio scoppiettante di risposta...
- Per chi mi hai presa? Ho fatto quello che mi hai chiesto.-
- Vedremo. Ho fame.-
- Aspetta. C'era bisogno di ammazzarli tutti qui dentro?-
- No.-
- Allora perché?-
- Perché non mi piaceva il loro odore da vivi. Brucia tutto.-
- Cazzone. Usciamo, va...-
Scoppiò qualcosa, sentii lo spostamento d'aria ed il caldo, non riuscivo a muovermi, mi 
abbandonava la coscienza...
Ora freddo, ancora occhi chiusi, il collo bloccato, ero seduto. Mi mancava un involucro, ero 
più leggero. Due strappi umidi e vidi di nuovo. Non c'era buio, non c'era luce. Di nuovo la 
frana:
- Ora ci dovrebbe vedere un po'.-
- Ci credo, gli hai strappato le palpebre!-
Davanti a me era enorme, una statua gigante, ocra, che si muoveva coprendo la stanza. 
Toccava il soffitto con qualcosa che sembravano corna, braccia lunghe, grosse e coperte di 
aculei e spine come rovi incastonati nella roccia. Non avevo paura, nessun sentimento, 
niente di niente. Osservavo.
Accanto a quella cosa che copriva quasi tutta la visuale, un mantello nero veniva indossato 
da una figura più piccola, con i contorni sempre in movimento e fluidi, gialli, rossi e 
arancioni. Una figura bionda.
La statua parlò con una valanga di suoni:
- Sveglia bestia. Non puoi parlare, sei morto e hai il collo spezzato, probabilmente senti 
un po' di tensione alla testa. Beh, è quello.-
- Ma glielo devi dire proprio così?-
- Meglio togliersi il pensiero, la delicatezza non serve.-
Cominciai a capire. Mi ero buttato dalla finestra. Ma perché ero di nuovo a casa?
Il fuoco biondo mi lesse dentro:
- Sei qui perché ci servi. Gli servi. Ho tenuto la tua anima dentro il corpo. Eri 
all'obitorio dentro quel sacco, c'è stato un "incidente" e quell'edificio ora non esiste 
più.-
Accennò ad una sorta di enorme busta della spazzatura. Ecco cos'era il primo involucro. 
Intuii che l'altro doveva essere il corpo, dato che non sentivo tatto.
- Io sono Ba'al. Ero dentro di te. Ora tu sarai dentro di me.-
Il mondo si capovolse,  venivo sollevato per la gamba sinistra, in un secondo non sentii più 
la presenza del mio arto e altre pietre schiacciarono ossa. Il colosso mi aveva preso, 
voltandomi vidi che masticava con denti appuntiti un polpaccio, quello che non sentivo più. 
Mi stava mangiando.
Per una buona mezz'ora continuò a masticare, inghiottendo ogni parte di un corpo sempre più 
leggero, sbranava velocemente e con metodo. Strappava senza problemi tendini, muscoli, le 
morbide ossa umane.
Arrivò al collo, ormai aveva quasi finito, la stanza dondolava sotto i miei occhi. Sono 
stato sputato sul mondo, mi sembra quasi giusto morire inghiottito. Sentii del fiato caldo, 
umido e denso sulla nuca, che immediatamente mancò all'appello. Penso fosse la penultima 
parte, perché l'ultima cosa che vidi prima che mi si spappolasse l'occhio sinistro fu una 
zanna che si avvicinava pericolosamente alla pupilla. Era finita, avrei saputo cosa ci 
sarebbe stato dall'altra parte, la risposta alla domanda che da millenni si faceva l'uomo, 
la domanda che aveva fatto in modo che il bipede mammifero che infestava la terra fondasse 
una religione sopra e dopo l'altra. Avrei visto finalmente l'altra parte, e sinceramente non 
me ne fotteva niente. L'unica domanda che mi son sempre fatto su questo argomento riguardava 
la presenza o no di un'area fumatori.

Mal di testa. Mi sentivo un po' rintronato, alito pestilenziale, sabbia in bocca e non 
riuscivo a chiudere gli occhi. O meglio, l'occhio. Quello sinistro non lo sentivo, e non 
vedevo che da quello destro, senza palpebra e quasi secco. Vedevo solo sabbia, aria color 
sabbia, solamente sabbia.
Mi portai istintivamente la mano alla testa e cercai di rialzarmi poggiando l'altra a terra, 
ma ottenni un diverso risultato. La mano a cui avevo comandato di sollevarmi stava sul 
palmo, il braccio non seguiva i movimenti e l'altra mano si poggiò sul torace.
Provai di nuovo a toccarmi la testa con tutt'e due le mani. Una toccò di nuovo il torace, 
l'altra il ginocchio. E che cazzo.
Sentivo tutto, ma niente era al proprio posto. Ci fosse stato qualcosa di colore diverso 
dalla sabbia avrei capito che diavolo mi stava succedendo, dov'ero e come cazzo ero messo. 
Invece niente, tutto l'ocra del mondo era stato portato davanti ai miei occhi come un 
vecchio sudario secco. Per capire non avevo che un occhio senza palpebra e la bocca per 
terra, l'olfatto soffocato da puzza di terra e di carne bruciata. Non sembrava la mia perché 
non sentivo calore.
Bella la vita dopo la morte. Uno spasso.
Sbuffai annoiato, pensando a che diavolo di rottura fosse l'aldilà. Il mio respiro però 
colpì la spalla destra, lo sentii chiaramente. Una delle rare idee che mi venivano in mente 
mi parve buona, quindi decisi di tentare la sorte e vedere se riuscivo ad avvicinarmi alla 
radice del collo, se non altro per dare a me stesso una parvenza di forma umana: mi sarei 
fatto meno schifo. Fisicamente intendo, perché moralmente mi sentivo una merda già da anni e 
non mi aiutò il veloce pensiero di un rapporto orale con me stesso, che in questa condizione 
sarebbe forse stato possibile.
Feci dondolare la testa muovendo guance e mandibola, puntando il collo verso il punto più 
vicino a dove avevo sentito il mio fiato. Mi girai e rigirai, riuscendo a sentire il sangue 
ancora caldo del collo che sfiorava le vertebre cervicali, troncate dai denti di quella 
cosa, quello stronzo di Ba'al. Se l'avessi incontrato un'altra volta, gli avrei regalato un 
calcio nel culo. O avrei pagato qualcuno per regalargielo da parte mia.
Le ossa del collo scrocchiarono improvvisamente, con un dolore sordo che arrivò fino alla 
nuca, la carne si contrasse prima e distese poi, sentii i nervi allungarsi. Dedussi di 
essere riuscito non so come a mettere a posto la testa, che ora riuscivo a muovere bene per 
quanto la posizione me lo permettesse. Piegai il braccio sinistro per capire attraverso il 
rumore che faceva strisciando sul terreno se fosse vicino o meno, e lo individuai poco 
lontano, circa un metro dietro di me. Fortuna che non sentivo la presenza di nessuno scalino 
o rialzo sul terreno. In quel momento realizzai che mi era andata bene non aver avuto la 
schiena poggiata a terra, sarebbe stato un casino attaccarmi la faccia al contrario e vedere 
il mio culo invece del ciclope rosa.
Riuscii a far strisciare le braccia verso il tronco e gli stessi dolori, crampi e scosse mi 
fecero tornare il tatto agli arti superiori. Riuscivo a muovermi con le braccia, avvicinarmi 
alle gambe non sarebbe stato difficile. Ero umanoide di nuovo, mi alzai in piedi dopo aver 
finito il collage e recuperai le palpebre da una piccola buca sul terreno, che trovai con i 
piedi, visto che non si vedeva che polvere. Le riattaccai, sperando di non averle invertite, 
e l'occhio destro cominciò a lacrimare di nuovo. Mi dovevo rassegnare: sarei rimasto orbo.
Un attimo di rassegnazione mi bastò. Ero incazzato. Non so come, trovai degli stracci per 
coprire un po' le parti basse, non avrei voluto una multa per mancanza di porto d'armi. Ora, 
come si esce da qui? 
Perché mi devo incazzare.

giovedì 16 giugno 2011

Mah... Ed anche un "boh?" non ci sta male.


Ho finito le idee.
Avrei giurato di averne ancora, ma il barattolo sul frigo,
dove le tengo di solito, era vuoto.
Sarà la vecchiaia.
Ieri una ragazza incinta mi ha chiesto se volevo il suo posto in pullman. Ho risposto che non c'era bisogno, che di posti ne avevo pure a casa mia ma non li avevo portati in giro perché non mi piace vantarmi. Insomma, provo un po' di disagio quando mi si indica per strada e mi si dice:"Ehi, guardate quello! Si ruba il posto migliore!", quando invece il posto migliore l'ho lasciato a casa. Nascono certi fraintendimenti che mettono a dura prova la pazienza. Non la mia, la pazienza in generale. Un mio amico l'ha persa una volta e la sta ancora cercando.
Quando ero piccolo di idee ne avevo a bizzeffe: garages (si legge garascjscjscjs) pieni di idee, depositi di idee, catamarani di idee. Mi si accendeva una lampadina ogni dieci minuti. Poi è arrivata la bolletta dell'enel e ho preferito smettere.
Ora cambio discorso senza una ragione. Ieri notte c'era la luna rossa.
Ritorniamo alle idee. Non ne ho ancora. Se cambio l'accento posso dire "àncora", ma quella ce l'ho.
Si, vabbé, sto divagando come un divagatore professionista. Un divagatore domenicale non si sognerebbe mai di divagare così. Anche perché oggi è giovedì e non potrebbe essere un divagatore domenicale.
Che strana idea fare un articolo sulle idee che mancano. Che poi è sempre un'idea e l'articolo si annullerebbe da solo. Questo porterebbe ad un paradosso spazio-temporale, si potrebbe distruggere l'universo creando un buco nero, il centro di una ciambella galattica distruttiva. Siamo salvi solo se si tratta di una di quelle fantomatiche ciambelle che non escono col buco.
Siamo fregati se non è una ciambella, ma un anello di cipolla. Come quelli di Saturno. Tutti infatti sanno che Saturno è una polpetta spaziale circondata da anelli di cipolla.
Siamo sempre stati in pericolo: nello spazio tira una brutta aria, ed è l'odore degli anelli di Saturno.
Ok, ora che vi siete letti tutto il mio delirio mentale senza scopo, vi lascio con uno dei proverbi che hanno dato senso alla mia vita:

"Nelle botti piccole ci sta il vino poco."

Alla prossima, forse, vedo se trovo le idee di scorta.

Jack.

E si, il prosciutto non c'entra niente.

sabato 14 maggio 2011

Jack riflette: Esami di ordinaria follia.


Giorni fa parlavo con uno degli editori del giornale su
cui ogni tanto faccio una capatina come guest star. Non chiedetemi quale, perché non lo saprete mai. Diceva che second
o nuove disposizioni, metti legislative, metti per rispetto di varie credenze religiose, avrei dovuto evitare alcuni argomenti. Momento clou della conversazione: "Posso parlare delle moschee?" "No." "Parlerò delle zanzariere."
E così farò: le zanzariere spaccano.
Stavolta voglio analizzare i diversi comportamenti degli studenti universitari nei confronti della
situazione più temuta, che anche se conosciuta e affrontata più volte, colpisce sempre allo stesso modo anche i veterani: l'esame.
Nell'attesa di esso si assiste ai più alti estremi raggiunti dalla mente umana: panico da una parte, freddezza dall'altra. Alcuni segnali si possono intuire dai bagni di facoltà: quasi totalmente occupati. Altri segnali sono invece udibili:
urla strazianti e pianti in antico occitano i più gettonati. Sarebbe normale se i pianti in occitano si sentissero nella facoltà di lettere classiche. Purtroppo anche biologi e ingegneri, non so come, riescono a piangere così. Tra pratiche autolesionistiche come ad esempio l'uso del cilicio, anche l'indifferenza al pericolo si fa notare. Questi sono gli studenti che aspettano, non aprono un libro per ripassare, non guardano nessuno e guardano tutti. Un'espressione di sufficienza e un sorriso di scherno come maschera li caratterizzano.
In realtà sono geni del male quanto le marmotte, impauriti quanto e più degli altri (il sudore glaciale sovente sulla loro nuca ne è la prova), che captano qualsiasi conversazione riguardo l'esame in questione nel raggio di 12 km quadrati. Piangono prima a casa per evitare si possa incrinare la loro reputazione di eterni tenebrosi e quasi infallibili intellettuali.
Onnipresenti gli esemplari chiamati “cosachiede” dal verso che emettono. Primi ad avventarsi famelici sul povero e stanco studente appena evaso dall'interrogatorio, riescono a risucchiare qualsiasi energia da esso solo tramite domande vocali e non (qualche volta basta lo sguardo), nonostante si siano già nutriti a spese malcapitato precedente. Ho saputo da fonti sicure che alcuni non sono neanche studenti e che non dovranno mai affrontare nessun esame. Semplicemente non riescono ad uscire dal tunnel dei “cosachiede”, catturati inesorabilmente dalla furia di questi esseri.
Quando studiavo all'università. l'esperienza mi ha insegnato a fare tutte le cose insieme: piango in occitano dal bagno e fustigandomi urlo “cosachiede”, facendomi sentire nel raggio di 12 km quadrati.
Funziona, ho risparmiato una marea di tempo.
Poi mi son ritirato, ma questi sono stracazzi miei.

Jack

sabato 5 marzo 2011

Peti Cerebrali. Cap III


Intanto, nel contado, Lucilla, un’ allegra villica di due metri e venti stava cucinando beata la cena per se e il suo servo, una zuppa di patate. All’ improvviso si voltò e disse con voce melodiosa:

“Mannaggia … è finito il rosmarino …”, si voltò verso la cantina e disse:

“Merilìn, vini qua e coglimene nu poco…” Indi si voltò tranquillamente di nuovo verso i fornelli per mettere nell’ acqua il furetto da bollire. (..ma che razza di gente conosci?? O.o …Ecco, anche qua ci voleva il wwf u.u) (Guarda che io pensavo che fossero amici tuoi -.- gente che mette il furetto nella zuppa di patate io non ne conosco) Meno di dieci secondi dopo dalla cantina arrivò un urlo disumano e apparve uno strano essere dagli occhi diseguali con in mano un rametto di rosmarino.

“Was this the thing you wanted, you shitty womannn??” vomitò, brandendo il rametto di rosmarino come fosse una scimitarra. Lei sorrise (rivelando il suo rapporto conflittuale con il maniscalco, dentista dell’ epoca: aveva undici denti in bocca, di cui cinque cariati, tre marci, due storti e uno ricostruito, il miracolo dell’ epoca) e poi disse, dolce come un chilo di zucchero(sbiancato chimicamente, non di canna, che quello dolcifica ben poco):

“Grazzzie Marilìnn, sempre gentile tu eh? Varda la che nn ti do la paghetta per comprarti il cerone…”**(sì, la cara Lucilla era poliglotta) E lui a sentire quelle parole diventò un coniglietto. Cadde in ginocchio e cominciò a supplicare:

“Noooo my angel dolcissimo, nooo my cerone….nun me toccà er cerone che te impalo il merlo indiano!” (da notare il cambio di idioma da english a romano, uh yess, tutto merito dei corsi di lingue Deagostini) Lucilla si voltò agitando il cucchiaione della zuppa (su cui era rimasto appiccicato un pezzo di sedano e il furetto, che ancora pimpante, tentava di sfuggire al suo destino) e cominciò a urlare:

“nuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu il merlettin nuuuuuuuuuuuuuu nun te permette che non ti faccio usare più i miei rossetti!” Oibò, pensò Marilyn (Manson, per chi non avesse afferrato…Marilyn manson ti adorooooooo!!!.) (oh jesus, la gioventù di oggi…)…. ma si riprese subito. E impugnando con rinnovato vigore il rametto di rosmarino esclamò:

“I tuoi rossetti? I don’t need your rossetti! I do my rossetto con (in iglese con si dice with, gnurant -.-“) your blood!!ahah!!I kill you!!” Però mentre Marilyn si avvicinava a Lucilla e tentava di accoltellarla con il rosmarino, il prode Lancillotto (sì, bè, non mi sono impegnata particolarmente con i nomi) piovve dal soffitto e tramortì i poveri disgraziati. Il nostro cavaliere, dopo aver abilmente evitato di ammaccare ulteriormente Marilyn mentre si rialzava barcollando vistosamente, chiese alla povera Lucilla dove lo zoccolo della sua abile (… e stronza) (noi persone fini i destrieri così li definiamo “irritabili”..anche se stronzo rende meglio l’ idea xD) cavalcatura l’ avesse scaraventato. Lei leggermente(sottolineo LEGGERMENTE) frastornata(le era piombato in testa un uomo di 70kg completo di armatura e kit del piccolo arrotino quindi più di 150kg in testa..o.O… grande, io ti adoro perché sei capace di capire il peso di una persona a colpo d’ occhio….) ebbe una rivelazione, cadde in ginocchio e disse:

”UN MIRAAAACOLO!! San Gennaro piovuto dal cielo sei !! No aspi…” aggiunse poi guardandolo meglio,

“Pari cchiù na specie i cavaliere....oi santo ma quando pisi?”disse massaggiandosi la schiena

“…manneggia a ti e sto Marilìn..picchì mi vulia accide? bah… sti straniri!Oh!”,

continuò, mettendosi una mano sulla bocca, imbarazzata,

”Scusi il mio dialetto poco cortese nel suoi confronti, mi stavo domandando perché mai cercassero di accopparmi di continuo, sa...comunque ci troviamo nell’ allegra cittadina di (prego inserire nome) (Ah boh)…” Lancillotto si guardò intorno, poi si tolse l’ elmo (che aveva indossato mentre volava per evitare che gli si scompigliasse la sua fluente chioma) e disse:

“Il mio nome è Ser Lancillotto, per servirla!” e si inchinò a lei. Poi si alzò e cercò di guardarla oltre il suo enorme seno e continuò:

“Mi rincresce molto aver recato sì tanto scompiglio nella sua dimora… ma l’ ora è tarda e gradirei riposare. (L’ ora è tarda…erano le sei meno un quarto. Dillo che è una scusa per non lavorare, sfaticato!) Posso chiederle se nelle vicinanze v’è una locanda, sicchè possa riposare le mie stanche membra? Domani al primo canto del gallo sarò qui per recarle ausilio, dolce e solitaria madamigella…” (Non aveva ancora notato Marilyn steso a faccia in giù sul pavimento) . Terminato il monologo si accorse che nella stanza era calato un silenzio di tomba: gli abitanti di quella casa, non abituati a parole del genere, avevano afferrato si e no due vocaboli. (Vedete, Lucilla si era fermata ai primi due numeri del corso DeAgostini "Impara l' italiano con Giovanni Muciaccia")

(A dirla tutta non erano abituati neanche tanto a parlare: di solito si comunicava a gesti o grugniti). Lanci si accorse di questo e tradusse istantaneamente il suo discorso:

“Scusate se v’ ho quasi demolito la casa, eh. Mo so stanco, sapete mica dove posso trovà un’ osteria dove dormì? Domani t’ aiuto a riparà il soffitto e il pavimento” . Lucilla s’ illuminò in volto e si affrettò a dire:

“No…signò, non vi dovete preoccupare… piuttosto mai permetterei a un giovinotto così di andare da solo ad….com’è ch’avite ditto? Ah…Si…una così tarda ora..posso sapere il vostro nome, si?” ( lo aveva detto prima ma Lucilla stava ancora contando le stelline che le giravano intorno alla testa). Il giovane si mise in ginocchio (again…*_* sono commossa hai imparato una parola d’ inglese) ed esclamò:

”Messer Lancillotto, per servirla.”Fermo immagine, stop. Diamo un’ occhiata a quello che sta accadendo nel cervello di Lucilla. Il nostro prode cavaliere, rincoglionito dalla botta, non si era accorto che

a)La valchiria dei poveri lo stava radiografando (per ovvi motivi non possiamo dire quello che stava pensando, vi basti sapere che erano cose molto, molto sconce);

b)Marilyn si stava risvegliando, e aveva approfittato del momento per darsi una ripassatina al rossetto;

c)Il merlo indiano stava comunicando a gesti al tapino di scappare finchè era in tempo;

d)Il topo di casa si stava fregando una caciotta. (ok non c’ entra niente ma una quarta opzione ci stava)

Ebbene sì…la nostra cara Lucilla, che proprio una santa donna non era, aveva già dato un ‘ occhiata alla stazza del cavaliere e aveva deciso che gli gustava…Fine fermo immagine, la storia può ripartire. Lucilla si sistemò in fretta i capelli e disse:

“Lancillotto, sì, tu proprio..stanotte stai da me qua, volente o nolente, domani mattina chiamo Umberto il parquettista dato che mi hai semidistrutto il soffitto e il pavimento.” (ce ne siamo accorti -.-) Nel frattempo Marilyn si era ripreso e si era messo in piedi. Lancillotto non aveva aperto bocca, impressionato dalla strana figura demoniaca in calzoncini bordò alla zuava e rossetto rosso peccato (rossetto rosso peccato? O.o che razza di colore è??) (vabbè, rosso zoccola rende meglio?) (Ma quanto sei volgave! O_O) (u.u io non lo volevo dire u.u) che lo fissava con fare minaccioso da dietro la donna. Lancillotto lo fissava insistentemente da almeno 10 min quando la demoniaca figura, sentendosi a disagio, lo tramortì e lo portò nella camera di Lucilla.. Lancillotto,quando si svegliò, si mise comodo sul letto tentando di prendere sonno e quasi ci riuscì ma nel momento in cui i suoi occhi iniziarono finalmente a chiudersi arrivò Lucilla con fare satanico(si..come Marilyn, mi sa che il satanismo attacca, tipo l’ herpes O.o)e tentò di violentarlo ma Lancillotto riuscì ripetutamente a sottrarsi alle sue violenze saltando sui mobili tutta la notte. Al mattino, infatti, si risvegliò appollaiato su una trave del soffitto. Guardando attentamente di sotto si accorse che Lucilla era ancora lì, addormentata contro la trave, che stringeva il manico di scopa con cui aveva tentato di randellarlo tutta la notte con scarsi risultati (e meno male, l’ aveva beccato di striscio solo una volta slogandogli la caviglia destra) e il suo fare satanico era ancor più accentuato dato che non aveva dormito tutta la notte. (L’ immagine era più o meno questa : le occhiaie le arrivavano fino alle ginocchia (occhiaie di due metri e venti? Wow O.o) e i capelli erano un fil di ferro, la classica donna sui 28 non truccata..ah..dovete sapere che Lucilla se si truccava x bene dimostrava 56 anni..quindi, diciamo, la preferiamo acqua e sapone).

“amoreeeeeeee…io ti amo…è stato un colpo di fulmine il mio..e se non scendi ti fulmino io…lo sai che ti amo…su..scendi in bocca al gatto topolino mio…”disse lei.

”Preferirei morire.. ”pensò Lancillotto.

”Cotto in salmì..ma mai in mano a quella specie di bufalo impazzito”. Per fortuna di Lancillotto il campanello suonò e Lucilla dovette rinunciare alla sua preda per andare ad aprire. Lancillotto, solo quando sentì i passi della donna sufficientemente lontani, scese dalla sua trave e andò in sala da pranzo. Lì trovo un un uomo, con una mitica testa pelata (Il mitico Umberto, parquettista del contado. Tanto per farvelo sapere, era lui stesso che si definiva mitico come parquettista, ma il resto del contado pensava che l’ unica cosa mitica che venisse in mente pensando a lui fosse, appunto, la sua leggendaria pelata.) semisvenuto per terra e non potè biasimarlo dato che Lucilla era Medusa in persona (Medusa era quella con i serpenti in testa). Però Umberto aveva il martello (aveva fregato il martello a Thor..quello di Iron-man, Spider-man e x-man..quello con le ali in testa… --‘ sei di una chiarezza, tu…) e si riprese in un battibaleno ma il poveretto svenne per altre 6 volte dato che si trovava sempre davanti lucilla, alla fine lei venne portata in camera sua per evitare la morte del povero parquettista innocente(che tanto innocente non era dato che quando non lo guardavano si fregava l’argenteria). Lucilla in batter d’ occhio si rimise in sesto e scese in sala da pranzo dove Umberto stava iniziando a aggiustare il parquet, ma alla sua vista Lancillotto,che si era fregato un piatto di zuppa con le patate, sputò di riflesso il cucchiaio di zuppa che aveva appena messo in bocca in faccia al povero parquettista che si ustionò gravemente il viso e anche parzialmente la pelata (minkia poverino… non era proprio giornata…)

”Oddio!scusi!mi dispiace..”urlò Lancillotto.

”SCUSA UN CORNO!!!!CAZZO!!!!PRIMA MI TROVO DAVANTI QUELLA COSA VISCIDA E POI MI SPUTI IN FACCIA QUELLO STRANO COSO PUZZOLENTE!!!!!IO ME NE VADO!!!!CAZZO!!!!...” strillò Umberto.

Rimise a posto i suoi attrezzi e uscì sbattendo la porta. Lucilla lo mandò al diavolo e disse che quell’ affronto lo avrebbe pagato..(mai nessuno le aveva insultato la sua zuppa..l’unico che lo aveva fatto era stato il suo ex marito e ora si trovava murato vivo nel forno…e questo conferiva un aroma piuttosto particolare alle pietanze che vi venivano cotte all’ interno).

”..Nervosetto il tizio..”disse Lancillotto.

“Cmq io non lo trovo uno strano coso puzzolente…e se anche lo fosse a me piace un casino..gnamm… mmm… buohhnohhgahh…” (purtroppo stava cominciando ad avere difficoltà nel parlare perché la lingua aveva iniziato a riempirsi di bolle) e continuò tranquillamente a mangiare… (Non sapeva del marito, ma in ogni caso non si fidava più di tanto di quella tizia…e voleva solamente andarsene al più presto da quella casa di stramboidi)… e mentre si sorbiva quella strana broda verdastra, cercava un modo per scappare.(e farsi fare una lavanda gastrica appena uscito di lì. Anzi,si corresse, forse avrebbe fatto meglio a farsi denuclearizzare.)


Wasp

mercoledì 26 gennaio 2011

Peti cerebrali. Capitolo II


Mentre Lancillotto volava verso nuovi orizzonti, in un villaggio al limitare del bosco (un po' come quello dei puffi) si stava organizzando un festa di compleanno (qualsiasi riferimento a fatti o personaggi di altre storie tipo il signore degli anelli è puramente casuale, eh…se dite qualcosa vi mando Marilyn Manson a casa e vediamo chi ha ragione poi. [noooooooooooooo(basta)oooooooooooooooooooooo(spostati)ooooooo

!!!!!!!!…]

Wasp... spedisci Bill Kaulitz… ehehehehe [risata malvagia... tokio hotel crepate… muaaaaaa (devo scrivere) aaaaaaaaaaaaa!!!] oppure spedisci il frate che non si lava da una vita (si, ok ma nn è una storia incentrata su questi due loschi figuri? Poi li facciamo mangiare dal drago sei ti fa contenta ok?) …Secondo me fa più paura… o schifo? (deciderò quando qualcuno mi accuserà. Levati mo) Viva MaRiLyN MaNsOn!!!yeah!!! I don’t like the drugs (but the drugs like me!!!) Yeahhhh!!!! Si, si nota. Sciò… ah finalmente.

(vai alle note a piè di pagina... sì, esatto, ci sono anche le note a piè di pagina! seri siamo!)

Va bé, stavo dicendo… si stava organizzando questa festa di compleanno, ma non era una festa qualsiasi, era la festa della figlia del re! Ed era il sedicesimo compleanno della tipa, perciò doveva darsi un mossa a trovarsi un rampollo che la sposasse altrimenti sarebbe rimasta zitella a fare la calza. La figlia del sindaco si chiamava Wendy -nome di merda, si lo so. Ma è una principessa, che t aspettavi? Un nome altisonante come Lucia Claudia Maria Nicola Guglielma Terza?-

(continuo a rimandare alle note a piè di pagina..sempre che voi vogliate capirci qualcosa!)

Era di una bellezza allucinante, e perciò il padre non voleva darla in sposa al primo venuto, ma solo a chi si sarebbe dimostrato capace di superare prove difficilissime. E qui ti chiedi perchè i padri non si fanno mai i cazzi loro. Devono x forza rompere i poveri disgraziati innamorati delle figlie... Mah... (Scusa un attimo. La bellezza conta, ma anche il portafogli… Ok fine del discorso da arrampicatrice sociale)

(stesso discorso di sopra)

Per quel motivo lui era rimasto chiuso in camera sua per giorni e giorni cercando di architettare qualcosa… Ma non gli era venuto in mente niente (ahah... Padre con poca fantasia). Non poteva far fare gli incantesimi di routine, perché la strega del paese era in un centro termale a fare una cura antirughe, e costava troppo far arrivare quella del paese vicino (Padre taccagno). Le fate e i folletti erano impegnati per i cavoli loro. Rospi da baciare non ce n’ erano, dato che erano stati tutti cucinati in salamoia perché così voleva il piatto tradizionale del paese, e tutti i principi del reame erano impegnati nelle loro attività preferite (attività che al momento non comprendevano la tradizionale caccia alla principessa):

chi stava a guardarsi i mondiali di caccia al drago, chi era dal parrucchiere a farsi fare la permanente, chi era dal maniscalco a farsi cavare un dente… Chi era ormai disperso nel bosco a dar sfogo alla propria ossessione per la caccia. Direte voi: perché allora non ha fatto come tutti i padri delle favole e non ha rinchiuso la figlia in un castello maledetto con un drago a guardia del ponte levatoio? Certo che ci aveva provato. Ma diciamo che non si trattava di ricordi felici per il povero re. Riassumendo, dieci minuti dopo averla fatta rinchiudere, si era visto piombare in casa quelli del telefono azzurro, i servizi sociali e Licia Colò, che era alla ricerca dei draghi di Komodo e si era un po' persa. All’ inizio aveva preso il drago per Piero Angela e aveva pensato di fargli crollare addosso la caverna (conflitto d’ interessi anche se gli ambiti non sono proprio gli stessi, ma tutto fa brodo), ma poi si era accorta che l’ essere di fronte non aveva né il naso a patata e neanche l’ aria di un vispo divulgatore scientifico, malgrado la veneranda età, ed era coperto di squame. E poi non aveva visto neanche traccia del figlio Alberto. Ne aveva comunque approfittato per denunciare il poveretto al wwf, che aveva indetto una petizione contro lo sfruttamento dei lucertoloni lanciafiamme. Così il padre si era ritrovato punto e a capo con in più una multa da pagare, i tipi del wwf incatenati al ponte levatoio, una coppia di ispettori in pianta stabile al castello che vigilavano su altri tentativi di reclusione della giovinetta, e un drago che gli circolava per casa, tutto questo per la gioia della figlia, che allo sposarsi e cominciare a sfornare pargoli preferiva di gran lunga ascoltare musica e spettegolare con le amiche.

Insomma, che fare? Il padre da solo non trovava via d’ uscita.

Vigeva anche a quel tempo la consuetudine di ospitare nella torre più alta del castello (o nei sotterranei muffosi, o appena fuori dal perimetro del castello, secondo disponibilità) uomini detentori di straordinari saperi. Insomma, i cervelloni dell’ epoca tipo Mago Merlino, Pico della Mirandola… Gente di questa risma. Ebbene, anche il bravo padre, non volendo sfigurare, ne aveva adottato uno. Il suo nome era Lerch, ed era il suo fido consigliere, che proprio un genio genio al cubo non era, ma che era però affetto dalla sindrome del genio…Per questo motivo non curava i suoi rapporti personali, la sua igiene personale e non si curava neanche delle persone in generale dato che considerava tutto il resto del genere umano una massa di caproni. C’è anche da dire che non era certo Mister Universo e non profumava granchè, perciò diciamo che il resto del genere umano, che decisamente aveva un odore più gradevole di lui e di certo (salvo rare eccezioni) era più umile, gli era grato per la sua scelta. Ma non dilunghiamoci troppo su Lerch. Il Re, dicevamo, fece chiamare Lerch nelle sue stanze (brutto errore, sire), e dopo essersi allacciato la maschera antigas lo fece entrare:

“Mio signore, so già tutto, e mi sono permesso di elaborare una soluzione al suo problema… Che giustappunto vado ad illustrare…” disse il consigliere, e il suo alito fece istantaneamente appassire i gerani sul torrione dall’ altra parte del castello. Questo naturalmente dopo aver fatto seccare metà degli alberi nel giardino. Da notare il fatto che le finestre erano chiuse. Il Re se ne accorse, e per scongiurare una catastrofe ecologica, si affrettò a dire:

“Mio fido consigliere, tutto questo pensare mi ha affaticato. Adesso stavo per andare a riposare. Che ne direste di scrivere quello che il vostro immenso cervello ha elaborato in questo lasso di tempo cosicchè possa al mio risveglio leggerlo (ovviamente chiuso in una tuta antiatomica, pensò) e prendere una decisione sul da farsi?NO!”, Strillò poi, dato che Lerch aveva accennato ad aprire la bocca. “Non una parola! Olio di gomito! Così ho detto e così sarà…” E si affrettò a spingere fuori il losco figuro e a spalancare le finestre per cambiare l’ aria, facendo così appassire la metà degli alberi sopravvissuti, facendo venire le convulsioni al giardiniere che stava provando a capire che era successo al 50 % degli alberi del giardino.


**Note a piè di pagina. Questa storia è stata scritta con il contributo di… mia sorella. Non è una battuta, l’ appassionata di Marilyn Manson è lei. Grazie sorella per tutto quello che fai per me. Grazie pubblico, grazie. *s’ inchina* Ma ora basta con le smancerie. Ridammi la matita per gli occhi che mi hai fregato, su.

Wasp

domenica 23 gennaio 2011

Peti cerebrali. Wasp starts.


Diamo il benvenuto come new entry a Wasp, la terza blogger del trio di tre. Non ci avevate pensato prima, ma trio vuol dire che ci sono tre persone. Questa è la nuova blogger. Trattatela bene o vi sdrumo i denti sul marciapiede e ci piscio sopra. Ai denti, non al marciapiede, non sono un maleducato.

Jack in trasferta.



Avvertenze: prima di leggere il seguente scritto, bisogna avvertire i fruitori che appunto si apprestano alla lettura del seguente, che si tratta di pure, semplici e innocenti cazzate. Buona Lettura! (sempre se ci saranno fruitori del seguente scritto, ovviamente.)


Capitolo I

Questa storia ha inizio un martedì sera qualsiasi, di una settimana qualsiasi, di un mese qualsiasi dell’ anno scorso. (hehehe…che vi credevate.)

Era estate. Soffiava lo scirocco, la visibilità era ottima e il mare calmo. Il cielo pareva un drappo di velluto nero spruzzato di luci dorate, e da un bosco fitto come quello delle fate giungevano all’ orecchio e alla vista un filo di fumo e l’ allegro scoppiettio di un fuoco.

(….. Avviciniamoci per scoprire chi è il bravo genio che ha deciso di accendere un fuoco nel folto della foresta, incurante del depliant dei vigili del fuoco e degli avvertimenti del capo della protezione civile.)

Ci inoltriamo fra le fronde, schiviamo rami bassi, insetti e fatine e… cogliamo alle spalle un aitante giovinetto seduto vicino ad un potenziale incendio doloso, in compagnia dei suoi fidi compagni di viaggio: un pollo e una cavalla. Ma ora mimetizziamoci con l’ ambiente circostante e vediamo un pò di farci gli affari suoi. E se rimane tempo, ci facciamo una rapida panoramica generale della zona.

“E’ una buona serata per la caccia”,

mormorava fra se e se, lanciandosi intorno di tanto in tanto degli sguardi furtivi, come se temesse l’ attacco improvviso di una tigre del bengala (ma la tigre del bengala in questa storia almeno per ora non compare, quindi poteva stare tranquillo). Poi all’ improvviso aprì la bisaccia che portava legata in vita e Lancillotto (così si chiamava il giovane) tirò fuori uno di quei cosetti che arrostiscono sempre i boyscouts nei film americani (la regia mi comunica che si tratta di marshmallows…ma i marshmallows non sono caramelle morbide? Arrostiscono le caramelle?Bleeeeee….), vabbè comunque, lo infilzò su un rametto e lo avvicinò al fuoco.

“E’ una buona serata per una caccia, Slayer”,disse a mezza voce al pennuto accucciato al suo fianco. Il pollo mosse un po’ la cresta e si girò dall’ altro lato.

“Cazzo..lasciami dormire in santa pace...hai rotto da ieri co sta cosa..”pensò il pollo.

Mmmhh. Che tipo interessante. -_- andiamoci a fare un giro dall’ altra parte del bosco, và…

Dall’ altro lato del bosco c’ era una vecchietta che voleva imparare a volare e quindi si dilettava con invenzioni tipo Leonardo Da vinci, ma senza troppo successo come testimoniavano le sue numerose fratture al coccige(che cos’è?O.o?)(-__- osso sacro?rende meglio?). E appollaiato sul ramo di un pero (perché proprio un pero?) vi era anche un merlo che, in compagnia del suo fido topo sniffatore di salviette pampers, si credeva un campo di fragole (io sono la fragola capo…tu no…diceva…)… su un dirupo c’era un fiorellino che cantava”buonanotte fiorellino..brbrrbrbrbrbr”e vegetava…insomma, un posticino simpatico e normale. Vediamo se Lancy si è evoluto in qualche modo….

No. Se ne sta sempre vicino a quel maledetto fuoco a ripetere roba sulla caccia.

Oh! Si sta alzando…e sta andando verso la cavalla, che nel frattempo sta dormendo beata. Un momento di tenerezza fra il cavaliere e il suo destriero!Avviciniamoci! La cavalla dunque dorme. E russa anche un po’. Lancillotto va a rompere anche lei con la storia della caccia, al che l’ animale si incazza e gli dà un calcio, facendolo volare tipo team rocket dei Pokemon.


Wasp.